Tiziana Paghini

L’arte dell’individualità

 

 

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EGO RAZZIATO

 

 

Di   Tiziana Paghini

 

 

 

 

Ho in mente ancora il giorno in cui ti ho conosciuto, e l'errore commesso nell'aver mentito a me stessa chiamandoti 'amato'.

Pochi gli sguardi oltre l’apparenza, senza fine le allucinazioni, cercando di vedere in un buio sconfinato.

Minuti, ore, mesi, anni sciupati a scavare nel nulla, a trovare sentenze per domande sospese nel limbo delle affermazioni insincere. Falsità tue, illusioni mie. Inganno dei sensi volto solo a non sentirsi soli, in tutta la confusione intorno.

Dicevi tutto, con il tuo silenzio, eppure non ho mai capito le tue parole. M’incaponivo, pur conoscendo i tuoi pensieri, i tuoi tradimenti. Eri un martire degli altri, che elevavi sopra l’immagine innocente di chi, in quel momento, ti dava affetto veramente. Capire, soffrire, e saper d’essere cagione dei propri mali. Rendersi conto, troppo tardi, che non eri niente, che non sei mai stato un amore. Potrò mai perdonare una sciocca, troppo alla ricerca di un uomo che non esisteva, che non esiste, e che per questo ha creduto di non essere donna, di non poterlo mai diventare?

 

TORMENTI

 

BREVE STRALCIO DI PENSIERI E MALINCONIE

AMOR PROPRIO

 

 

Di   Tiziana Paghini

 

 

 

 

 

Sai di sbagliare, te ne rendi conto.

La tua vita è un fallimento, perché ti piace così.

Ami farti commiserare, e non ti rendi conto della sofferenza che espande l’irragionevolezza dei tuoi modi di fare.

Predisponi ogni cosa, con studiato proponimento.

Ordisci una sottile ma forte macchinazione, e ci avviluppi bene nella tua oscurità, come soltanto può fare un ragno ad una mosca.

Non so cosa può portarti ad amare poco te stessa, ma so che non ami me, noi.

Disponi di non vivere, e ce lo sbatti in faccia con tutta la ferocia di cui sei capace.

Ti guardo, e non mi piace ciò che vedo, che provo.

Vedo una persona disuguale da me, ma soprattutto dissimile da quella che conoscevo.

Covi animosità sorda per i trionfi altrui, e dimentichi che il destino ha dato le stesse opportunità anche a te.

Non le hai viste, ti faceva comodo fingere cecità.

Non ti piace lottare. Non ti è mai piaciuto.

Il confronto con il mondo è un progetto avulso a tutti i tuoi artefatti ideali.

E’ carattere, dicono.

No, è viltà, rispondo.

La peggiore forma d’odio che si può avere per l’io.

Sei finita, te ne rendi conto, pure se dici il contrario.

Noi, piccole lune, ti ruotiamo attorno, ti tendiamo una mano che afferri per risalire dall’oblio, ma non ti serve a niente.

Ci ricadrai. Sai anche questo.

Non impari dai tuoi abbagli, che fai diventare nostri, e ti sorprendi di una freddezza che siamo costretti ad indossare come un abito tatuato per non soccombere alle tue incoerenze.

Dobbiamo capirti, ma fino a che punto?

Qual è il limite massimo del tuo egocentrismo, e qual è quello della nostra benevolenza?

Un giorno, forse capirai meglio, e rammenterai le nostre parole.

Per caso, assimilerai i sacrifici che abbiamo operato e stiamo realizzando un’altra volta per te.

Ma sarà tardi, lo è già da adesso.

Anche questo, sai. Non serve a nulla, ma è così.

Quando la tua mano sarà troppo stanca per afferrare ancora una volta quella del tuo liberatore, comprenderai ciò che hai perduto, ciò che non hai voluto darci.

Ciò che non hai mai voluto dare a te stessa.

Il buio ti ha inghiottito quasi per intero. C’è ancora una piccola luce, in fondo al tunnel degli sbagli che possono essere cassati.

La vedi?

No, non credo proprio.

Non c’è peggior cieco, di chi non vuol vedere…